venerdì 19 novembre 2010

il ruolo dell'allenatore di settore giovanile secondo i principi della metodologia operativa

L’”ALLENATORE”  DI SETTORE GIOVANILE
Oltre a dover essere un profondo conoscitore della materia calcistica, deve avere anche l’atteggiamento mentale giusto per tentare di ottenere il massimo dai propri calciatori.
Per questo osserverà con scrupolo ed intelligenza i seguenti principi di gestione:
Consapevolezza:
per il giovane calciatore è utile sapere e serve per migliorarsi quando facciamo una cosa (esercizio, situazione) spiegare sempre perché, i fini e le modalità
.
Partecipazione attiva:
interessare il giocatore all'allenamento; la motivazione e la chiave dell'apprendimento
l'allenatore deve agire sulla base del consenso del gruppo.


Metodicità: (principio)
bisogna avere un metodo per lavorare (breve, medio, lungo termine)  il lavoro sfrutta quello precedente ed è base per quello di dopo; procurarsi un diario per presenze, assenze, motivi, ed esercitazioni. Il diario serve per progredire (dialogo con se stessi)

Varietà e molteplicità:
avere svariati esercizi per la stessa finalità aumenta il bagaglio del calciatore ed evita la saturazione che ripetendo le stesse cose l'allenamento diventa passivo e non attivo perchè il giocatore sa cosa l'aspetta e diminuisce l'attenzione.

Principio della semplicità e chiarezza:
l'allenatore deve usare un linguaggio comprensibile e diretto.
Considerato che la massima attenzione del gruppo dura solo pochi minuti e poi tende a  decrescere  usare la regola delle 3 "C"  ovvero:CHIARO-COMPLETO-CONCISO.

Principio dell'evidenza: 
il mezzo più chiaro è l'imitazione,  bisogna far vedere il gesto tecnico,
fare vedere è sempre meglio che solo parlare.

Principio dell'adattamento:
conoscere la capacità e la reazione dei calciatori, qualsiasi proposta di esercitazione tecnica, tattica, di personalità deve tener conto delle capacità e delle condizioni del momento dei calciatori.




Fattori pertinenti all’apprendimento motorio e alla prestazione:
- CHI;
- DOVE;
- CHE COSA;
- COME

Apprendimento motorio e prestazione
Il soggetto che è destinatario dell’azione didattica (CHI?)
Il contesto nel quale deve essere eseguito il movimento (DOVE?)
Il compito da apprendere da parte del soggetto (CHE COSA?)
Le strategie di insegnamento attuate dal docente (COME?)

IL TRIANGOLO PEDAGOGICO
                                                     Processo
                                           “insegnareSapere

       Processo                                                                                  Processo
“apprendere” Allievi                                                           “formare”Allenatore

                                                       
                        PRINCIPI DELL’ALLENAMENTO GIOVANILE

MULTILATERALITA’                                                                          POLIVALENZA
-              Contenuti vari                                                                                 - alternanza di stili
-              Mezzi diversi                                                                                  - alternanza di metodi
-      Sviluppo di tutte le  strategie                                                           - alternanza di abilità motorie                                                   

LA PROGRAMMAZIONE DEL LAVORO
Può essere definita come una serie di operazioni fondamentali che vengono eseguite per individuare le varie fasi di un’azione didattica che sia verificabile, migliorabile, perché collaudata sulla base di un progetto realizzato, ma non riproducibile poiché i soggetti dell’insegnamento, quindi gli atleti, le condizioni e  l’allenatore stesso, sono sempre differenti e variabili.
SI COMPONE DELLE SEGUENTI FASI:
• analisi della situazione iniziale;
• definizione degli obiettivi;
• scelta delle strategie per raggiungerli;
• realizzazione – contenuti;
• valutazione con finalità di controllo.

IL CLIMA EDUCATICO :comunicazione,interazione,empatia,

             Incoraggiare ad essere attivi;
             Favorire la natura personale dell’apprendimento;
             Ammettere l’idea che essere differenti è cosa accettabile;
             Riconoscere e tollerare l’errore;
             Incoraggiare la fiducia in sé;
             Dare la sicurezza di essere rispettati ed accettati;
             Facilitare la scoperta e l’elaborazione individuale;
             Porre l’accento sull’autovalutazione.


L’INSEGNAMENTO DELLA TECNICA
La formazione della tecnica individuale passa attraverso le seguenti fasi:
– educazione delle capacità di base;
– strutturazione delle abilità;
–  sviluppo e perfezionamento dell'esecuzione   tecnica;
– consolidamento della tecnica.
All’interno di ogni fase devono essere previsti dei momenti in cui si apprendono e perfezionano le abilità previste sempre in collegamento con la situazione di gioco che deve corrispondere al livello di capacità degli allievi.
• Ogni singola abilità deve essere considerata come la somma di singole microfasi di uguale importanza.
• All’interno di ogni movimento occorre definire delle gerarchie delle fasi che lo compongono allo scopo di permettere la definizione di una corretta sequenza didattica.
• Nei giochi sportivi occorre ricordare che l’attività proposta deve quasi sempre contenere dei problemi da risolvere.
• Al progredire delle abilità individuali le informazioni vanno differenziate ed arricchite nei dettagli.
 ORGANIZZAZIONE DELLE ATTIVITÀ PRATICHE FINALIZZATE ALL’APPRENDIMENTO
numero elevato di ripetizioni;
variabilità delle proposte;
strategie d’intervento tipo problem-solving;
la pratica variata  è molto vantaggiosa negli obiettivi a lunga scadenza.
Variare le condizioni è indispensabile per le discipline open in cui il gesto tecnico richiede continui aggiustamenti a situazioni mutevoli.
VARIABILITÀ DELLA PROPOSTA
             Distanza
             Velocità
             Parabola
             Traiettoria
             Presenza avversario
             Numero avversari
             Spazio d’azione
             Dimensioni della palla
             Peso della palla
             Fate funzionare la fantasia

L’INSEGNAMENTO DELLA TATTICA
La capacità di giocare sottintende, oltre alla padronanza delle tecniche specifiche, una serie di capacità che devono essere sviluppate allo scopo di permettere al giocatore di risolvere le varie situazioni di gioco.

QUESTE CAPACITÀ POSSONO ESSERE COSÌ SINTETIZZATE:
• conoscere, orientarsi e operare nel campo di gioco;
• saper difendere – saper marcare;
• saper attaccare – saper smarcarsi;
• essere disponibile a collaborare con i compagni;
• saper cooperare con i compagni;
• saper aiutare i compagni;
• saper comunicare con i compagni

PROGRESSIONE DIDATTICA
             Dal conosciuto all’ignoto;
             Dal facile al difficile;
             Dal semplice al complesso;
             Dalla situazione al gioco





Raffaele Di Pasquale Allenatore di I categoria


apprendimento significativo attraverso i principi della metodologia operativa


“DIDATTICA METACOGNITIVA PER UN
APPRENDIMENTO CALCISTICO SIGNIFICATIVO “

A cura di Raffaele Di Pasquale

La mia attività come insegnante mi ha indotto ad approfondire in
particolar modo il metodo dell’ insegnamento basato sulla metacognizione,
come quello che offre concrete possibilità, affinché si possano realizzare in
tutti gli studenti, anche quelli con difficoltà e/o limitate capacità intellettive,
apprendimenti significativi accompagnati da un incremento di capacità a livello
cognitivo.
L’utilizzo della metacognizione, intesa come capacità di essere cosciente dei
propri stati mentali ed anche emozionali, si fonda ormai su innumerevoli studi
da parte della psicologia e delle neuroscienze.
La giustificazione di tale metodo da parte mia è forse più modesta e di natura
pedagogica, in quanto si fonda su un assunto esperenziale.
Quello che propongo è frutto di conferme quotidiane da parte degli alunni stessi, che nel loro percorso scolastico si accorgono di riuscire ad imparare con maggiore facilità e soddisfazione personale, che si dimostrano più responsabili e capaci di rielaborazione e riflessione personale oltrechè di pensiero critico.
Non voglio spingermi troppo oltre, ma oserei dire che un allenatore perseguendo questo metodo  fornisce veramente strumenti efficaci di pensiero che a loro volta diventano premessa ad un’educazione attiva e costruttiva.
Hanno confermato e guidato le mie esperienze didattiche gli studi di Bruner e
del neurologo John C. Eccles e del filosofo K. Popper.
Popper ed Eccles distinguono la coscienza dall’autocoscienza. La prima è
quella che gli psicologi identificano con lo stato di veglia e con la
consapevolezza di sé: il fatto di sapere di esistere in un determinato luogo e
di essere sempre un unico individuo pur mutando le situazioni interne ed
esterne (memoria dell’Io). Essi, ponendosi nella tradizione evoluzionistica,
riconoscono possa essere presente anche negli animali più intelligenti,
allorché agiscono perseguendo degli scopi (l’esempio della scimmia che
raggiunge il cibo utilizzando uno strumento) L’autocoscienza invece può
essere solo dell’uomo. Essa è collegata alla costruzione del Mondo (società,
storia, cultura, scienze, tecnologia) e vi partecipa ricevendo da esso significati
e collocazioni culturali, apportandovi a sua volta modifiche. Agisce come un
processo di continua coordinazione e selezione di tutto il lavoro che il cervello
compie attraverso la complessità delle organizzazioni neurali. Sarebbe proprio
questa capacità di organizzare attivamente l’apprendimento che secondo
i due studiosi modifica e potenzia le capacità intellettive, “nel cervello c’è un
numero limitato di cellule, ma le opportunità e le possibilità di assumere certi
schemi sono enormemente (un reticolo di connessioni da calcolarsi in base a
10 dimensioni) più grandi del numero di cellule”, per cui si può affermare
che “ il nostro cervello è almeno in parte il prodotto della nostra mente”.
Starebbe dunque in questa facoltà mentale dell’uomo, nell’autocoscienza, la
base della metacognizione. Essa si svilupperebbe con il linguaggio, che

permettendo di “vedere” il pensiero lo organizza, secondo schemi logici e lo
sviluppa con processi che implicano immaginazione, fantasia ed inventiva.
Bruner quando affronta la metacognizione ci dice che essa si basa sulla
capacità di uscire dall’ egocentrismo, che non è affatto tipico della
fanciullezza, come aveva sostenuto Piaget, ma può appartenere ad ogni stadio
di sviluppo. Il suo continuo superamento in sempre nuove e più complesse
situazioni dà la possibilità al bambino di costruirsi una teoria della mente, che
rappresenterebbe la base per l’apprendimento consapevole.
Secondo J. Bruner l'attività metacognitiva compare nelle persone in modo
disuguale, in rapporto al loro sfondo culturale, ma può essere insegnata con
successo come altre abilità. Egli riprendendo il concetto di L. Vygotskij di
apprendimento positivo, come quello che anticipa lo sviluppo, operando entro
la zona di sviluppo prossimale ritiene che ciò sia possibile in quanto la persona
più competente offre un prestito di coscienza. L'apprendimento del linguaggio
è paradigmatico, infatti chi apprende il linguaggio, all'inizio, prende a prestito
le conoscenze e la coscienza di chi lo educa. L'interazione linguistica tra
madre e figlio nei primi mesi e anni di vita si sviluppa secondo sequenze di
domande e risposte, via via più complesse, caratterizzate dal mantenersi, da
parte della madre, sempre sul confine della zona di sviluppo prossimale, cioè
in una continua espansione della competenza del bambino.
Inizialmente quindi l'allenatore fungerà da sostituto della consapevolezza,
prevedendo le difficoltà e segmentando il lavoro per quantità e complessità. A
lui spetta il compito di mettere a fuoco l'attenzione, il dimostrare la fattibilità
del compito, presentandolo con la gradualità necessaria e accompagnando le
azioni al loro racconto. Successivamente il calciatore subentrerà all'allenatore,
riuscendo alla fine ad imparare da solo.
E' stato particolarmente interessante trovare come le osservazioni di J. Bruner
sulla metacognizione ribaltino un concetto, sul quale sembrava non ci fosse
più niente da dire, cioè l'egocentrismo, come proprio dell'infanzia.
Attraverso studi sperimentali sulle interazioni tra madre e figlio nei primi anni
di vita e attraverso lo studio della referenza linguistica, egli giunge alla
conclusione che il bambino, già a partire dai diciotto mesi, possiede un nucleo
di metacognizione, che gli permette di seguire la direzione dello sguardo
dell'adulto che gli sta vicino e trovare l'oggetto che è guardato. Inoltre già ai
primi stadi di apprendimento del linguaggio comprende senza esitazione i
"commutatori deittici"(gli psicologi del linguaggio con tale espressione
intendono pronomi, avverbi, che cambiano significato in rapporto al contesto
e all'emittente). Bruner afferma che tutti siamo in misura più o meno grande
egocentrici, cioè incapaci di assumere la prospettiva di altre persone: si è
egocentrici quando manca la metaconoscenza o, come dice Bruner," la
capacità di comprendere la struttura dell'evento entro il quale si opera".
Queste affermazioni mi trovano del tutto consenziente in quanto avevo
pensato come strutture di pensiero egocentrico continuino a permanere nelle
persone più in rapporto alla cultura che non all'età e anche nelle
considerazioni in tema di osservazione indicherò l'importanza di uscire dalla
propria cornice culturale, di prenderne le distanze, per poter comprendere
meglio la struttura dell’evento che si osserva e potersi porre in un'ottica di
confronto costruttivo con gli altri.

Didattica della "metacognizione mediata"

Avendo avuto modo di osservare molto da vicino alunni con difficoltà più o
meno gravi di apprendimento  rispetto alle competenze sociali e relazionali, ho agito in modo proficuo in un'ottica di metacognizione, quale obiettivo cognitivo trasversale all'apprendimento disciplinare e come strumento per il conseguimento di altri obiettivi importanti, come l'acquisizione di abilità utili all'autonomia personale e alla capacità di collaborare alla costruzione delle conoscenze.
In che modo sviluppare ciò nella didattica calcistica?
Prima di tutto attraverso l'intenzionalità delle proposte, con una
"metadidattica", cioè una didattica consapevole e funzionale allo sviluppo del
pensiero, che si concentri più sul processo che sui risultati. Per questo si deve
insegnare ad osservare da diversi punti di vista ed anche cercare di osservare
se stessi e facendo esercitare l’osservazione e la percezione insieme. Si fa inoltre
esperienza di altre possibili sinestesie: del tatto e dell’olfatto, del corpo in
movimento e della vista, della vista e del sapore.
Nei laboratori di didattica scolastica abbiamo capito che in questo modo oltre ad affinare la capacità dell’osservazione si dà la possibilità agli studenti di comprendere le difficoltà di alcuni e di mettersi nei panni di chi non può vedere od esplorare nei modi in cui comunemente si intendono tali termini.
L’importanza del cambiare punto di vista è data dal principio che la metacognizione è una strutturazione del pensiero che riflette su se stesso nella misura in cui si esce dal proprio egocentrismo.
Si organizzeranno perciò attività di osservazione (con i diversi sensi ) chiedendo di cambiare punto di vista (interno, esterno, di lato, dall’alto, dal basso, vicino , lontano) di individuare errori percettivi, di giocare con in diverse zone del campo.
 Si faranno immaginare ed ipotizzare cambiamenti di forma (omotetia), di stato/
materia, di dimensione, si useranno le costanti della creatività e della
fantasia, come l’unione dei contrari, il capovolgimento, la moltiplicazione dei
particolari, il cambiamento d’uso. Con questi effetti si potranno realizzare numerosi giochi a tema.
Le situazioni pratiche e/o mentali che generano apprendimento e sulle quali ho
cercato di mediare la metacognizione sono state:
percepire, osservare/selezionare, imitare/ riprodurre, confrontare, simbolizzare,
analizzare, astrarre, categorizzare, ordinare, collegare per categorie* ( tempo,
spazio, causa, conseguenza, somiglianza, differenza, ecc.), seguire percorsi di
induzione o percorsi deduttivi, sintetizzare, valutare, riflettere in rapporto a
diversi fattori: emozioni, sentimenti, idee, scopi e risultati.
Già nella scuola materna l'insegnante conosce il ruolo che le attività
psicomotorie e lo sviluppo del linguaggio svolgono nell'attivazione di strutture
cognitive e come la curiosità nell'esplorare l'ambiente circostante sia la molla
per apprendimenti "significativi".
Appena è possibile al calciatore si deve chiedere di raccontare come ha
imparato qualcosa. Le domande diventeranno sempre più specifiche, adeguate
allo stadio di sviluppo tecnico-tattico, ma tese al raggiungimento di quello
successivo. Si faranno esercizi sul come si osserva, in rapporto ai diversi
sensi, in rapporto ad uno scopo, su come si descrive ciò che si è osservato.
La costruzione, l'ideazione di esercitazioni e di giochi, sono da privilegiare, perché
solamente quando si costruisce qualcosa si fanno i conti con gli strumenti del
pensiero, con le regole di coerenza in rapporto ai fini e con la loro congruenza
interna.
Un ragazzo attiva processi di metacognizione, allorché capisce come
funziona, quali regole permettono certi sviluppi, ecc.
L'allenatore può mediare la metacognizione in molteplici modi, ad esempio :
-  Propone obiettivi e chiede ai calciatori come si possano raggiungere.
L'allenatore comunica ai ragazzi quello che ha in mente, perché ritiene
importante proporre certi attività e certi esercizi, ma accetta anche di
ascoltare ed accogliere eventuali modifiche o nuove proposte.
-  Pone domande che suscitino una curiosità che spinga all’azione e alla
rielaborazione personale. Non ci si deve mai lasciar sfuggire un dubbio, la
possibilità di mettere in risalto un' incongruenza. Chiede il perché delle
risposte, sia giuste che sbagliate ed utilizza al massimo la valenza positiva
degli errori (il che toglie anche la paura di intervenire a molti calciatori che si
sentono insicuri e temono il giudizio degli altri). Allorché l’allenatore si
accinge a spiegare una esercitazione, anche complessa come può esserlo un gioco a tema, presenta la proposta di lavoro come un punto di partenza per la
soluzione di situazioni problematiche. Si chiede ai calciatori di riconoscere
tutto ciò che a prima vista non capiscono, si confrontano i dubbi , si chiede
se qualcuno conosce eventuali risposte, si formulano ipotesi e a questo
punto si cercano risposte congrue alla situazione. Stimola, attraverso l'analogia, la ricerca di strutture concettuali comuni a situazioni diverse.
-  Fa in modo che i calciatori partecipino attivamente alla costruzione delle conoscenze.
Altri nuclei di attività avranno per oggetto:
-  l'attenzione, la concentrazione, ma anche la distrazione (cause, occasioni, come organizzarsi per evitarla);
-  la memoria (tipi e tecniche: cosa si memorizza bene? In quali situazioni?
Quali "trucchi " utilizzare? );
-  la comunicazione ( parlare, ascoltare, codici, canali, interferenze),
-  la comprensione (individuare segni e significati, situazioni chiave, sequenze,ecc);
-  la lettura di materiale tecnico ( leggere per…trovare un suggerimento,…..capire di cosa tratta in modo globale e veloce,….per capirne i principi e gli sviluppi,….ecc);
-  La soluzione dei problemi ( rappresentazioni mediante disegni, simboli, grafi; traduzione della situazione nel linguaggio dei numeri e delle operazioni e discussioni su quali altre soluzioni possono essere ammesse e/o quali sono più vantaggiose?).
Tutte queste attività didattiche si possono configurare come costruzione, in
tempi lunghi, di un metodo di lavoro, da intendersi come un insieme di
corrette abitudini di pensiero e di azioni, supportate da una forte dose di motivazione
personale, in quanto l'efficacia dei risultati avrà rafforzato la stima personale
e quindi il desiderio di apprendere.
Allenare in modo " metacognitivo" significa attivare strumenti di consapevolezza e quindi di costruzione delle conoscenze sia personale che collettiva. 
All'interno di ogni gruppo squadra sarà utile accostarsi al metodo che gli è
peculiare, alle competenze e agli strumenti che gli sono propri, applicando
durante ciascuna fase i processi precedenti a quello specifico, che in tal modo
verranno consolidati e renderanno significative le nuove proposte.
Nel processo operativo insegnare a trovare, individualmente o per gruppi, le
mappe concettuali di un contenuto tattico è utile, perché esse
rappresentano graficamente un reticolo di concetti, che partendo da un
"nodo", vengono collegati tra loro, mediante situazioni "legame", che a loro volta
individuano rapporti logici. Esse sfruttano le potenzialità della memoria visiva,
fanno riflettere sulle informazioni possedute e favoriscono la produzione
linguistica, a cui faranno da supporto.
In questo modo l'allenatore parte dall'esperienza dei calciatori, come contesto
di apprendimento, per promuovere ed affinare competenze e padronanze.
Nel caso di elementi in difficoltà l'allenatore costruirà "un'impalcatura" più forte. Attraverso l'analisi o la previsione delle difficoltà, focalizzerà l'attenzione, eliminando elementi di disturbo.
Ricercherà gli elementi già conosciuti a cui agganciare nuove conoscenze, guiderà la
ricerca dei concetti chiave e delle loro relazioni, proporrà trasposizioni dal
concreto all'astratto e viceversa, che una volta condivisi ed accettati rappresenteranno la base per la consapevolezza cognitiva necessaria per gli apprendimenti ulteriori.