PROFILO PROFESSIONALE DELL’ ALLENATORE NUOVO 1. COMPETENZA TECNICO-TATTICA; 2. COMPETENZA PEDAGOGICO-DIDATTICA; 3. COMPETENZA DI RELAZIONE E COMUNICAZIONE; 4. COMPETENZA DI ANALIZZARE I BISOGNI DEGLI ALLIEVI; 5. COMPETENZA DI COSTRUIRE, REALIZZARE E VERIFICARE; 6. COMPETENZA DI PROPORSI COME RIFERIMENTO EDUCATIVO.

giovedì 25 aprile 2013
venerdì 19 aprile 2013
venerdì 5 aprile 2013
CAUSE ED EFFETTI PSICOLOGICI DEL DOPING SPORTIVO
Solitamente sono noti gli effetti
fisiologici di quelle sostanze farmacologicamente attive in grado di potenziare
le capacità fisiche e quindi di migliorare le prestazioni sportive. La medicina
dello sport sta sempre più battendosi per individuare, circoscrivere e quindi
divulgare le conseguenze più nefaste che tali sostanze sviluppano
sull'organismo dell'atleta .
Tuttavia meno noti e purtoppo
sottovalutati risultano essere, sia tra gli addetti ai lavori sia, a maggior
ragione, presso il grande pubblico, gli effetti che le sostanze di cui sopra
hanno sull'apparato psichico dell'atleta dopato, effetti pertanto collaterali a
quelli fisiologici, ma non per questo meno nefasti e invalidanti.
Anche sulle cause , ovvero sulla
“motivazione” a fare uso di queste sostanze, sia la psicologia clinica sia la
più specifica psicologia dello sport hanno molti contributi da dare. Proprio da
queste ultime partiremo.
CAUSE
DEL DOPING
A)Cause di natura socioambientale, così
originata:
1)Eccessive aspettative e pressioni
ambientali possono predisporre l'atleta all'uso di sostanze dopanti: il mito
sociale del successo appare qui largamente responsabile e può risultare
decisamente seducente per i ragazzi adolescenti, cioè in soggetti che non hanno
ancora completato l'età evolutiva.
E' ormai un dato di fatto largamente condiviso
che un novero sempre più allargato di settori della società presentano
disponibilità crescenti a fare uso di sostanze o pratiche illecite
(potenzianti, stimolanti o defatiganti che siano) allo scopo di migliorare le
prestazioni: non solo in campo sportivo quindi, ma anche in quello
economico-industriale e in quello politico, per non parlare di quello,
estremamente diffuso, negli ambienti dello spettacolo.
In
particolare per l'adolescente, in assenza di precisi “anticorpi” delle sue
agenzie educative (famiglia, scuola, società sportiva), la fase dell'età
evolutiva nella quale egli ricapitola le naturali pulsioni narcisistiche e
contrappositive lo espone a forti rischi di attrazione-emulazione per ciò che è proibito (“ma tanto lo si fa lo
stesso”, perché è proprio questo il messaggio ambiguo che gli arriva dal mondo
adulto). Così il naturale narcisismo (ovvero l'autoriconoscersi individuo a se
stante e diverso dai genitori) che può essere in lui positivamente
soddisfatto da un corretto ed appagante
impegno nello studio, o da una leale e gratificante pratica sportiva, può
diventare il classico fuoco sotto la cenere su cui rischia di soffiare il
“vento” proveniente da un ambiente che lo stimola a primeggiare ad ogni costo.
Un clamoroso esempio delle conseguenze di quanto sopra lo troviamo di questi
tempi nella gioventù giapponese, presso la quale sta dilagando il fenomeno psicopatologico e sociale definito “Hikikomori”,
un sostanziale ritiro depressivo in se stessi di moltissimi ragazzi che
rinunciano ad avere un normale sistema fi relazioni umane per chiudersi invece
nella propria stanza ed interagire con un esterno virtuale solo attraverso la
tecnologia; e questo in conseguenza di eccessivi stimoli da parte di una
società ultracompetitiva.
In particolare nel mondo dello sport stiamo
assistendo al dilagare del doping, anche e soprattutto in ambito amatoriale.
Sono stati rilevati casi di doping nelle
stesse Paraolimpiadi, settore che già si riteneva assolutamente “pulito” per
via delle forti e sofferte motivazioni dei loro partecipanti.
Stiamo assistendo, in buona sostanza,
ad un progressivo calo generale della coscienza, sia essa intesa in senso etico
che in senso di consapevolezza, sotto i colpi del mito del successo, dei grandi
guadagni e dell'apparire.
Psicologicamente parlando il doping, sportivo
e non solo, si configura come un vero e
proprio delirio di onnipotenza dell'Io , di un
Io che ridiventa così sempre più
stimolato e governato da pulsioni
arcaiche, cioè quelle collegate agli strati neurofisiologicamente più
antichi del nostro cervello, e precisamente quelli che filogeneticamente vanno
a configurarsi come il primordiale cervello del Rettile.
Questi strati presiedono a pulsioni unicamente dirette a soddisfare l'Io
ponendosi in assoluta competizione per poter dominare tutti gli altri
individui, non contemplano dunque affettività e solidarietà, e trovano il proprio scopo nel realizzare il proprio soddisfacimento
costante attraverso un'attività unicamente competitivo-depredativa.
Se pensiamo ai principi sportivi moderni quali
il fair play, il rispetto delle regole e dell'avversario, il valore educativo
della sconfitta, il sacrificio del singolo atleta all'interno della solidarietà
del gruppo-squadra, si può subito ben
comprendere come lo Sport abbia costituito una tra le più importanti invenzioni socioculturali
per contemperare l'innato spirito competitivo umano con quei valori positivi
che giungono a trascendere, superare le remote ma mai vinte pulsioni “rettiliane”. E allora possiamo altrettanto ben percepire come il doping
costituisca esattamente il mezzo ideale per depotenziare i valori di un Io
evoluto e consapevole e ridare invece potenza al Rettile ferino, soffiare sul
fuoco di una competitività elevata a sistema
che quindi prevede sempre e soltanto l'affermazione, la vittoria. La
vittoria o il primato ad ogni costo.
Che si tratti però di un'operazione
vuota di significato etico-esistenziale, contraddittoria sul piano della
razionalità (cioè perdente sul piano di un confronto costi-benefici in salute),
diseducativa dal punto di vista sociale, analogamente patologica dal punto di
vista mentale, comportamentale e relazionale, è dimostrato dal fatto che l'Io
“delirante” dell'atleta che si dopa è
portato ad abbassare drammaticamente e a
tal punto la soglia della sua criticità e vigilanza sulle ricadute tossiche del
doping sul suo fisico da sospingerlo a sacrificare potenzialmente il futuro
della propria esistenza pur di soddisfare un presente dominato completamente da
un illimitato narcisismo bisognoso
di essere costantemente soddisfatto. Detto in altri termini, si instaura nella
mente dell'atleta dopato una vera e propria dipendenza mentale dalle sostanze
dopanti, percepite sempre più come la vera chiave di volta che gli permette
di continuare a prevalere sugli avversari e che gli garantisce quindi la
vittoria ed il soddisfacimento dell'Io narcisistico (cioè centrato unicamente
su di sé e che usa gli altri soltanto per affermare se stesso).
Il mito sociale del successo, dicevamo.
Questo mito può essere più facilmente
veicolato dagli stimoli eccessivi provenienti dalla squadra di appartenenza e
dal suo entourage, come gli allenatori o gli stessi ambienti federali; e non di
rado essi arrivano dalle stesse famiglie, quelle che stanno troppo “addosso” ai
loro figli, sui quali proiettano pertanto esagerate aspettative di
affermazione.
Nel caso dello sport professionistico un ruolo tutt'altro che
marginale nel sospingere al doping lo rivestono talune valutazioni
giornalistiche e soprattutto le pressioni dovute alla necessità di ottenere
dagli atleti frequenti prestazioni ad alto livello per giustificare ingenti
investimenti finanziari da parte degli sponsor; ma rivestono tale ruolo
anche quegli stili di vita
pericolosamente edonistici e deresponsabilizzanti che oggi vengono ampiamente
incoraggiati presso i giocatori dal clima frivolo, privo di profondità di
sentimenti e culturalmente superficiale che è presente negli ambienti del
professionismo calcistico, come diverse interessanti pubblicazioni di qiuesti
ultimi anni stanno finalmente divulgando (contribuendo così significativamente
a smitizzare i valori di cui è stato ammantato questo sport popolarissimo).
2)L'eccessivo impegno sportivo così stimolato nell'atleta risponde alla
funzione di sostenerne un'autostima
e un'identità fondata esclusivamente
prima sul successo agonistico e sul prestigio sociale (e, in campo
professionistico, anche e soprattutto su aspettative di elevati redditi) e poi,
in misura sempre più crescente, sulla paura di poter perdere tale identità
“vincente”.
3)Ciò determina un eccesso di stress ed una conseguente, crescente ansia per contenerlo e ridurlo. Di qui
la necessità di utilizzare il doping anche con precipue funzioni di rassicurazione, operazione quindi
funzionale, in questa fase, a nche a ridurre
lo stress. Il che si traduce, ovviamente, in un ulteriore rinforzo motivazionale ad assumere
sostanze dopanti.
B)Cause
di natura psicoemotiva: in questo caso la spinta al doping è
maggiormente originata dalla stessa
struttura caratteriale del soggetto,che
può essere soggetta a:
1)un Io molto insicuro e alla conseguente
paura di fallire la prestazione, un Io che può facilmente proiettarsi in un Io
ideale “costruito” tramite la suggestione di un qualche campione che si
cercherà ossessivamente di imitare.
2)un Io eccessivamente competitivo e
perfezionista, che rivela una già
presente fissazione narcisistica.
C)Cause
di natura psicofisiologica: la spinta al doping può instaurarsi
1)come scorciatoia per una veloce
riconquista della forma perduta in seguito ad infortunio;
2)per controllare il peso-forma.
EFFETTI
DEL DOPING
1)Dove prevaleva la soddisfazione per i
risultati gradualmente costruiti nel tempo mediante un serio e ponderato
allenamento, il doping fa subentrare la tensione ansiosa causata dalla
crescente fissazione ossessiva di
prevalere ad ogni costo.
Quest'ultima sembra avere a che
fare con la formazione di sostanze
neurochimiche come le encefaline che
prendono il posto delle precedenti, benefiche e piacevoli endorfine cerebrali generate dalla stessa attività fisica quando essa era davvero libera, soddisfacente
e divertente.
2)Dove prima era presente un onesto impegno nel guadagnarsi i propri
miglioramenti tecnici ed una distanziata umiltà che permetteva di dare un
valore positivo anche alla sconfitta, traendone sia insegnamento morale ed
appagamento esistenziale che nuovi
stimoli per migliorarsi tecnicamente, con il doping si instaura invece una dipendenza mentale dal doping per poter esorcizzare lo
“spettro” di un ormai intollerabile
insuccesso.
3)Ciò può scatenare di conseguenza una
vera e propria fobia specifica della
sconfitta, costringendo l'atleta ad un'altalenanza di stati euforici e disforici
dell'umore (in conseguenza dei risultati ottenuti) i quali sfociano, in
definitiva, in Disturbo Depressivo vero e proprio.
L'Io
regredisce verso livelli arcaici e si fissa a livello immaturo ed
ipertrofico-aggressivo (narcisistico). Nel caso soprattutto delle cause
socioambientali l'Io dell'atleta dopato si involve regredendo a livelli
psicoemotivi che pure erano già stati
superati nel corso dell'età evolutiva del soggetto. In tal caso possono altresì
facilmente instaurarsi sospetti
paranoidi di doping sugli avversari, che in tal caso determinano un ulteriore rinforzo della dipendenza mentale dal doping (“se barano gli altri devo farlo anch'io se voglio
ristabilire pari opportunità competitive”).
A seconda del tipo di sostanza dopante
assunta l'atleta presenterà differenti tipologie di effetti psicologici, cosa
che configurerà un'autentica alterazione
della sua stessa personalità. Per brevità portiamo ad esempio gli effetti psicologici di due sole
“vecchie”sostanze dopanti:
1)stimolanti come le amfetamine deprimono la sensazione della fatica e comportano quindi
una diminuzione della soglia percettiva del pericolo derivato dall'esaurimento
inconsapevole delle energie: si pensi a questi rischi negli sport motoristici).
Queste sostanze potenziano la vigilanza e dunque i riflessi, ma esaltano nel
contempo la competitività fino a raggiungere livelli di aggressività
antisportiva che degenera in stati di irritabilità e di agitazione psicomotoria,
prodotti soprattutto dal bisogno costante
di esorcizzare la paura di non riuscire a restare su elevati livelli di
rendimento quanto più si esauriscono le energie non reintegrate. Di qui la
necessità di passare a forme più “evolute” di doping.
Gli steroidi anabolizzanti modificano invece la struttura muscolare ed
hanno quindi, di norma, un forte effetto “benefico” sui soggetti
caratterialmente più fragili e insicuri, al prezzo però di aumentarne
aggressività e irritabilità procurando loro
attacchi di panico ed autentici disturbi
della personalità quali il Disturbo Dipendente di Personalità, il Disturbo
Istrionico di Personalità, il Disturbo Narcisistico di Personalità, il Disturbo
Ossessivo di Personalità e il Disturbo
Paranoide di Personalità.
Pur non disponendo in questo momento di
dati certi, è altamente probabile che disturbi psichici del tutto analoghi
possano svilupparsi in chi ricorre a pratiche dopanti di generazione più
recente (come l'EPO o il THG), per il semplice fatto che la loro base motivazionale,
e quindi i meccanismi mentali di chi ne fa uso, non appaiono particolarmente
differenziati da quelli relativi all'uso di steroidi e amfetamine. Ciò che
importa è lo stato mentale, ovvero l'aver sviluppato la disponibilità mentale
al doping e l'averla rinforzata assumendo materialmente sostanze dopanti,
indipendentemente dalla tipologia di queste ultime.
Come è noto dalla psichiatria e dalla
psicologia, tutti questi disturbi, in assenza di eventi fortuiti o di forti
decisioni terapeutiche che spezzino il circolo vizioso in cui l'atleta dopato è
caduto, rendono particolarmente difficoltosa la sua stessa vita relazionale ed
affettiva extrasportiva e soprattutto
altamente problematico il suo riadattamento alla vita post-sportiva a causa delle già intervenute
alterazioni della percezione della realtà in ambito affettivo,comportamentale,
relazionale ed esistenziale.
CONCLUSIONI
Occorre pertanto che le istituzioni,
attraverso gli organismi preposti come le Federazioni e gli Enti di promozione
sportiva, rendano trasparenti a tutti gli atleti non solo le imprescindibili conseguenze organiche delle varie
sostanze dopanti (morbo di Gehrig, leucemie, tumori ecc.) ma anche le loro
forti e penose ripercussioni
psicopatologiche. Per certi aspetti queste ultime appaiono ancor più
subdole di quelle fisiche e, in quanto tali, potenzialmente foriere di
condizionare negativamente tutta la vita dell'ex atleta, specie se non
riconosciute come effetto delle pratiche dopanti, come facilmente può avvenire.
Le istituzioni potranno pertanto, in
questi tempi in cui il doping non sta certo affatto regredendo, cogliere
occasioni importanti quali quelle offerte dalla risonanza sociale di eventi
come le Olimpiadi Invernali per sensibilizzare il cittadino che pratica o intende
praticare un'attività sportiva, sia a livello professionistico che amatoriale,
portandolo a conoscenza dell'intera
gamma dei rischi psicofisici connessi all'uso di sostanze dopanti, nonché
illustrandogli i meccanismi sociali e psicologici mediante cui egli potrebbe
essere tentato di assumere le sostanze in oggetto.
Accanto quindi alla necessità di
proseguire le campagne di divulgazione dei vantaggi psicofisici di una corretta
attività fisica, si sottolinea quindi con forza la parallela necessità di campagne
di prevenzione promuovendo una cultura educativa medico-psicologica
sempre più costante, diffusa e massiccia tesa ad informare quanti più cittadini
possibile su tutti gli immensi svantaggi psicofisici e sociali connessi con
l'assunzione di sostanze dopanti.
mercoledì 3 aprile 2013
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